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NELL'INFERNO DI KINSHASA


di Stefano Camerlengo

Kinshasa. Lunedì 3 agosto ci svegliamo a colpi di cannone. Passano molti militari che requisiscono tutto il mangiabile e si ritirano nei boschi attorno alla città e alla nostra missione, alla periferia ovest. Kinshasa è bloccata, non si può uscire. Cominciano a serpeggiare una grande tensione e paura. Solo più tardi raccogliamo qualche notizia frammentaria e sappiamo che, nella notte, c'è stato un tentativo di colpo di stato contro il presidente ad opera dei "ruandesi", che lo avevano aiutato un anno fa a prendere il potere e poi, il mese scorso, sono stati messi fuori dalle leve del potere e dal paese.
Nelle ore che seguono è tutto un viavai di soldati regolari alla caccia del "ruandese". Nel pomeriggio e per i due giorni seguenti viviamo al ritmo delle cannonate. La gente, presa dal panico, comincia a scappare e a rifugiarsi da amici e parenti in quartieri meno a rischio della città. Cosa succede nella savana, possiamo ricostruirlo attraverso i racconti, più o meno confusi, di qualche coraggioso (suo malgrado): certamente uno sterminio senza pietà e dove la parola d'ordine è di non fare prigionieri.
Non molto tempo dopo, le radio annunciano che due aerei provenienti dall'est (zona di ribelli, ruandesi, ugandesi, tutsi) è atterrato a Kitona, base di addestramento militare a circa 350 km da Kinshasa verso l'oceano. In questa base sono stati reclusi, per indottrinamento e addestramento, gli ex militari di Mobutu dopo la presa del potere di Kabila. Là hanno sofferto le pene dell'inferno per fame, sete e maltrattamenti. Si è capito dopo, che la ribellione cominciava da quel luogo.
Le notizie si accavallano contraddittorie: i silenzi, le disinformazioni sono all'ordine del giorno e mettono tutti in apprensione. Ma una notizia ormai è certa: i ribelli avanzano verso la capitale. Presa l'imboccatura del fiume, preso il porto di Matadi, presa la centrale idroelettrica di Inga, Kinshasa è caduta nel buio più totale, nella carenza dei viveri che provengono dal porto e dalla regione agricola circostante.
Viviamo la ribellione nelle difficoltà quotidiane: mancanza di luce e acqua, celle frigorifere inutilizzabili, pompe di benzina spente, fabbriche chiuse, ospedali bloccati, incubatrici spente... Una città di sei milioni di abitanti senza beni di prima necessità. È la catastrofe. Assistiamo a scene apocalittiche alla ricerca d'acqua, anche se sporca, infetta, purché sia un po' liquida.
Gli stranieri lasciano il paese, le ambasciate sono allarmate ed invitano tutti a partire, soprattutto donne e bambini. Viene chiuso l'aeroporto, come il porto fluviale verso Brazzaville.
I giorni passano, i ribelli avanzano, la scarsità di generi alimentari si generalizza: è il panico. I prezzi salgono alle stelle, il mercato "nero" imperversa. Mancano gli alimenti di base: farina, fagioli, riso...
Il presidente e il governo, con una campagna a tappeto "sensibilizzano" la popolazione alla guerra. Persino i bambini e le donne sono invitati ad armarsi; sono arruolati dei volontari, che si presentano a migliaia. Decine di sbarramenti sono disseminati lungo le strade principali, soprattutto in quelle d'ingresso alla capitale. Nella nostra zona, per arrivare in città dobbiamo passare ben 32 barriere militari, che controllano tutto e sono abbastanza ostili con i bianchi, soprattutto francesi ed americani, accusati di aver provocato questa guerra.
Dicono che i ribelli si siano già infiltrati tra la popolazione. È la psicosi del nemico invisibile, presente, che ti ascolta. Ma è soprattutto la caccia all'uomo che, in queste situazioni, dà adito a tutte le esagerazioni, vendette private, sfoghi di massa.
I ribelli avanzano. Mercoledì 26 agosto, gli abitanti della zona est verso l'aeroporto e della zona ovest, la nostra, se li trovano in casa. La battaglia infuria. Molti fuggono, abbandonando le abitazioni e originando un esodo fiume. Comincia un bombardamento assordante e devastante.
La guerra è diventata "popolare": tutti, soprattutto i giovani, sono alla caccia dei ribelli. E la pietà non è di casa. Viene imposto il coprifuoco dalle sei di sera alle sei di mattino. Respiriamo un clima di terrore. La situazione è talmente incerta che si ha paura di tutto, pensando alle conseguenze: saccheggi, distruzioni, esodi di popolazione, morti... Assistiamo a scene terribili: gente "ribelle" (o supposta tale) che viene bruciata viva con pneumatici d'auto. Scene strazianti, indescrivibili.
Il nostro seminario viene "visitato" dai ribelli, poi dai soldati regolari. Tutti arraffano e ci spaventano con le armi in mano.
I colpi si susseguono fino al venerdì pomeriggio. Sembra che sia arrivata la fine del mondo: con un'agitazione senza precedenti, la gente comincia a fare i suoi fagotti e lasciare la collina.
Anche noi ci uniamo alla gente e l'intrepido fratel Paolo carica le suore e i seminaristi sul nostro pullmino. Con un viaggio incredibile raggiungiamo il centro-città, dove abbiamo l'altro seminario teologico che, essendo più calmo, ha accettato di ospitare i rifugiati. Superiamo diversi sbarramenti di militari minacciosi e nervosi e, dopo tre interminabili ore, finalmente arriviamo a destinazione, portandoci dietro qualche pallottola "atterrata" sulla cappotta dell'auto.
Fratel Angelo e padre Fedele restano in parrocchia, suor Zita e padre Stefano in seminario. Si decide di restare e rimanere uniti. Ma sabato 30 agosto gli avvenimenti precipitano. La strada è piena di ribelli e militari che si affrontano. Impossibile passare. Fedele ed Angelo restano bloccati in chiesa per due ore, perché il cortile è invaso di ribelli che sparano.
La gente ospitata in seminario, presa dal panico, segue l'onda che scappa, anche perché qualcuno ha detto che presto bombarderanno la zona. Anche noi, prendendo le poche cose possibili, ci uniamo alla gente e ci mettiamo in marcia. È incredibile vedere la fiumana di gente che scappa: chi con i bambini, chi spingendo i vecchi, chi con qualche scatola sulla testa o in mano. Che assurdità la guerra!
Dirigiamo verso il fondo valle, 4 km di marcia pietosa. Ci facciamo ospitare dalla gente del quartiere (già sovraccarica di altre persone): ci sistemiamo all'aperto, come possibile. Senza cibo, senza acqua, senza niente, ma vivi, accompagnati dai colpi di cannone sulla testa, talmente forti che più nessuno sente il pianto dei bimbi affamati ed assetati e la disperazione dei vecchi.
Gli altri confratelli di St. Mukasa (padre Santino e padre Josè) sono stati invasi da gente che si rifugia lì da altri quartieri della città, e si prodigano per sostenere ed organizzare l'accoglienza.
Dopo alcuni giorni torna una calma di morte. I ribelli sono stati respinti. Le cronache non contano i morti - militari, ribelli, civili -, ma sono certamente tanti: numeri con 4 cifre. I racconti, i raccontini, gli episodi veri e falsi, ingigantiti, sono tantissimi. Una guerra vissuta sulla propria pelle che lascia il segno, che getta il Congo ancora un passo indietro, da dove generalmente è difficile rialzarsi. La povertà si aggiunge alla povertà.
La gente è sul chi va là, ma dimostra attaccamento al presidente contro il nemico aggressore. I ruandesi e gli ugandesi, per il loro sollevamento, hanno raccolto ex soldati di Mobutu e qualche politico e persona importante scontenti della nuova gestione.
Il presidente Kabila si è alleato con Angola, Zimbabwe, Zambia, ottenendo aiuti in uomini, armi e aerei militari. Con la loro presenza comincia la riconquista di alcuni territori. Ma i ribelli non desistono. Entrano nei villaggi; molti di questi sono saccheggiati con morti, feriti e danni incalcolabili. Chi sono i responsabili? I ribelli o gli ex soldati di Mobutu? Chi sono i cattivi? Chi può dirlo, visto che tutta l'informazione è pilotata da chi detiene il potere.
Ora la guerra si è spostata al nord-est. Temiamo per i nostri missionari e la nostra gente, ma tutte le vie di comunicazione sono bloccate. Siamo impotenti, non possiamo fare altro che aspettare gli eventi.
Kinshasa si sta leccando le piaghe, presa dalla morsa della fame. Qualche aiuto europeo sta arrivando, ma sono sempre 6 milioni di abitanti. La corrente elettrica, dopo la riconquista e riparazione della linea, è tornata. Siamo stati al buio per 20 giorni.
Nelle nostre parrocchie e nei seminari abbiamo cercato di vivere gli avvenimenti nella solidarietà e svolgendo le attività minime per infondere coraggio alla gente, per non abbandonare tutto e rendere la situazione ancora più complicata. Stiamo iniziando la lotta contro la fame con pochi mezzi e molta gente bisognosa. Viviamo alla giornata. Il paese è in guerra, con tutte le conseguenze che questa realtà comporta.

Kinshasa, 14 settembre 1998.

Stefano Camerlengo è uno dei 43 missionari della Consolata presenti in Congo.

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